Ciò che non ti uccide, ti fortifica

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Non so da dove iniziare nè che parole usare, eppure a scuola riuscivo sempre a scrivere anche se l’argomento non era il mio preferito. A scuola, appunto.
Oggi non sono in un’aula e non mi trovo ad affrontare un tema su Manzoni o Shakespeare. Sono nella mia stanza a scrivere al pc mentre ascolto musica volutamente malinconica che mi rende ancora più triste di quanto non sia già. Non è vittimismo e neanche masochismo, è soltanto profonda delusione mista alla rabbia e alla consapevolezza che la storia si ripete. Il passato dovrebbe rappresentare tutto quello che non dovrebbe più succedere, mentre invece sta diventando un precedente per giustificare comportamenti inauditi.

Sono cresciuta con due grandi donne, mia madre e mia nonna. I miei si sono separati quando non avevo neanche tre anni per motivi seri e insindacabili. La mia famiglia paterna rappresenta la famiglia tradizionale per eccellenza: marito, moglie e tre figli, tra cui mio padre, ed è al tempo stesso quanto di più subdolo e meschino io abbia incontrato nel corso di tutta la mia vita.
Da piccolissima, quasi appena nata, ho cominciato a non stare bene e i medici non riuscivano a capire cosa potessi avere. Facevo visite su visite, ma il risultato era sempre lo stesso: nessuno riusciva a scoprire la causa. Piangevo per quasi 24 ore al giorno, mia mamma non riusciva a darsi pervinta perché non sopportava vedere una neonata, sua figlia, che si contorceva dai dolori. Dolori a cui i medici non sapevano dare un nome.
Un giorno andai in shock anafilattico, cominciai a gonfiarmi e a soffocare sotto gli occhi di mia madre che corse subito in ospedale, terrorizzata dal fatto che non avrei superato la notte. La mia vita era attaccata a un filo che si sarebbe potuto spezzare da un momento all’altro. Fortunatamente non è successo, ho imparato a lottare con le unghie e con i denti sin da quando ero in fasce. Non ho mai ottenuto niente con facilità, neppure cercare di non morire.
I miei primi tre anni di vita non sono stati semplici, ho passato più tempo in ospedale che a casa, ero sempre sull’orlo del precipizio e anche quando avevano capito il mio problema, un’allergia alimentare di cui 22 anni fa ne erano affette solo cinque persone in Italia, gli ostacoli non sono terminati. Anzi, ho dovuto imparare in fretta che i legàmi di sangue molte volte sono solo una condanna.
Mio nonno paterno ha cacciato di casa me e mia madre perché credeva che non fossi nata in salute come lui e tutti gli altri. Il giorno in cui mi hanno completamente epurato come loro nipote (parlo al plurale perché anche mia nonna paterna era d’accordo) me lo ricordo come se fosse ieri, avevo tre anni ma non ero affatto stupida. Sapevo già leggere e scrivere, ma non avevo ancora imparato che il male più grande, spesso, si cela dietro volti che avrebbero dovuto proteggerti.
Le parole che, il mio presunto nonno usò per tagliarmi fuori dalla sua vita e da tutta la sua bellissima e perfettissima famiglia, mi risuonano ancora oggi nelle orecchie. Con il tempo ho imparato a fregarmene, a passarci sopra, ma è proprio in giorni come questi, in cui si osanna la famiglia tradizionale, che le ferite tornano a sanguinare.
“Tua figlia è malata, chi cazzo la vuole, tienitela. La mia famiglia non fallisce mai.” parole che mi sono ripetuta per anni, convincendomi addirittura che potessero essere vere, che potessi essere un fallimento. Parole dette da un nonno, che non si è mai comportato come tale. Parole che hanno avuto un peso durante la mia crescita perché mi hanno sempre fatto sentire inferiore per qualcosa, anche se poi non avevo niente da invidiare a nessuno.
La cosa che mi ha fatto più male è che mio padre non abbia preso le mie difese in quella situazione, ha lasciato che sua figlia e sua moglie fossero umiliate senza avere la benché minima colpa. Ci ha lasciato andare senza obiettare, senza emettere alcun fiato. Mi ha fatto sentire ancora più sbagliata.

Sono cresciuta con l’amore di mamma, che si è sempre fatta in quattro per non farmi mancare niente e di mia nonna materna, che ha sempre cercato di proteggermi e fortificarmi. Mio padre l’ho sempre frequentato, è sempre venuto a casa perché mia madre voleva assolutamente che mi vedesse crescere. Lui mi vuole bene, ma ha il terribile difetto di ascoltare, ancora oggi, un padre padrone e di essere un eterno Peter Pan, incapace di prendersi le sue responsabilità.
I miei cosiddetti nonni non si sono mai preoccupati per me, non hanno mai neanche avuto il piacere di prendermi in braccio da piccola o di portarmi al parco, non mi hanno mai telefonato nè tantomeno spedito un regalo. Loro non mi conoscono e non vorranno farlo mai, a malapena sanno il suono della mia voce. Fino a qualche anno fa tutto questo mi faceva male, mi faceva male che andassero a prendere le mie cugine a scuola quando di me non sapevano neanche che indirizzo avessi scelto. Mi faceva male portare il loro stesso cognome ed essere, in un certo senso, legata a loro.
Oggi però ho acquistato consapevolezza e tutto questo non mi tocca più. Non sono io ad averci perso, io sono stata circondata da amore e sono cresciuta con dei valori che non baratterò mai per nulla al mondo. La felicità non va mai presa come un’opzione, ma sempre e solo come un obiettivo verso cui tendere.
Niente e nessuno dovrà permettersi di togliermi il sorriso dalla faccia. Ci ho messo anni a riacquistarlo e non ho alcuna intenzione di perderlo adesso.
Sono l’esempio vivente che la famiglia non è esclusivamente di sangue. Famiglia è tutto ciò che accoglie e non discrimina, tutto ciò che ama e che protegge.

Il Family Day è per le persone come i miei “nonni” che considerano perfetto qualcosa che invece straborda di odio e cattiveria. Una piazza ricolma di persone a favore della famiglia tradizionale, che inculcano ai loro bambini che essere gay è sbagliato e che soltanto una madre e un padre possano crescere un figlio sano, forte ed eterosessuale. Concezione sbagliatissima anche a livello antropologico.
Discriminare è quanto di più gretto e meschino possa fare un uomo. Non lasciamo che la gente commetta gli stessi errori del passato. Errori da cui poi non si potrà più tornare indietro, errori che costeranno la vita ad altri milioni di persone.
Il Giorno della Memoria è passato solo da settantadue ore, eppure c’è già chi si è dimenticato.
Io sono dalla parte giusta della storia, e voi?

©A

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Informazioni su therealme

Sono una sognatrice in continua ricerca del suo posto nel mondo. A volte fantastico pensando a come si troverebbero i personaggi dei miei libri preferiti nella realtà di oggi e li vedo tremendamente impacciati. Forse perché è come mi sento io nella vita, tremendamente impacciata. Non giudico mai un libro dalla copertina, un involucro esteticamente perfetto può rivelare sorprese poco piacevoli, ma per fortuna esistono delle eccezioni, le classiche sfumature che ti salvano da una visione del mondo prettamente negativa e piena di stereotipi. Non esiste soltanto il bianco e il nero, è inutile girarci intorno, ma un’infinita gradazione di grigi che ti permette di osservare la vita con gli occhi limpidi e puri di un bambino. Cercare di andare oltre quello che si vede non vuol dire cercare e trovare del buono in tutte le persone, significa soltanto non limitarsi alle apparenze, ma scavare a fondo in cerca della verità, evitando di basarsi su preconcetti.

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