All the pain in the world

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Era lì. Disteso, ansimante, fragile. Faticava a respirare e si contorceva dal dolore. Io l’ho visto e il mio istinto è stato quello di portarlo a casa e tentare di salvarlo.
Era così minuto e terribilmente delicato. Gli occhietti ancora socchiusi, il becco giallo lucente era così morbido al tatto, che temevo di fargli del male ogni volta che lo sfiorassi.
Presi una scatolina e la foderai con pezzi di stoffa soffici e caldi che ricoprii con della carta assorbente. Il nido doveva essere il più accogliente possibile, dovevo ricreare l’ambiente materno o si sarebbe sentito completamente perso. Mi presi cura di lui: preparai un pastone adatto ai nidiacei e lo infilai in una piccola siringa senza ago e, ogni quarto d’ora, emettevo un fischio per fargli aprire il becco e nutrirlo. Sapete, i piccoli di uccello, ancora implumi, devono mangiare poco e molto spesso altrimenti rischiano di morire.
Lo osservavo continuamente per paura che gli accadesse qualcosa all’improvviso. Nel giro di due ore ero diventata una madre ansiosa, quella che chiama dieci volte per sapere se stai bene e cammina avanti e indietro per il corridoio in attesa del tuo ritorno.
Lo accudii fino a notte fonda quando si addormentò ai lati della scatolina, respirando ancora a fatica, ma fiducioso del fatto che se si fosse svegliato avrebbe trovato qualcuno pronto ad aiutarlo.
Quella notte non dormii. Non riuscivo minimamente a prendere sonno consapevole che, dall’altra parte della stanza, c’era una piccola creaturina che stava lottando con tutta se stessa per vivere. Non riuscivo a capacitarmi di quanto dolore possa esistere nel mondo. Ed è qui. Tutto intorno a noi. E ci sta divorando.

Non so quante ore fosse rimasto su quel marciapiede, al sole, senza una mano amica che lo raccogliesse e credesse in lui. Non so quante persone lo abbiano visto e lo abbiano lasciato lì. Da solo. A morire. Non so neanche da dove fosse caduto e da che altezza.
Non sapevo niente, nemmeno quello che stavo facendo, ma di sicuro non lo avrei abbandonato. Mentre salivo le scale di casa, un condomino del mio palazzo mi vide e mi disse “Ah dovevi lasciarlo per terra, tanto morirà comunque e di passerotti ne nascono a bizzeffe”. Non gli risposi minimamente e continuai a salire. All’ultimo gradino mi prese un groppo in gola e pensai che, probabilmente, quel signore aveva ragione. Non sarei stata in grado di curarlo perché, semplicemente, non ci sono cure per casi estremi come questo.
Mi prese lo sconforto, poi lo sentii pigolare e capii che fin quando c’è vita c’è speranza. E che fino a quando c’è qualcuno che lotta insieme a te, non si è mai del tutto soli.

Oggi è quasi una settimana che quel piccolo cuoricino ha smesso di battere. Le mie attenzioni e le mie cure, purtroppo, non sono servite. Aveva un’emoraggia interna dovuta alla caduta che l’ha ucciso lentamente tra atroci sofferenze.
Mi sento svuotata perché quel piccolo passerotto (Piuma per gli amici) rappresentava ognuno di noi. Dall’anziano chiuso in casa di riposo senza più vedere i suoi familiari ai disabili maltrattati, dai bambini innocenti malmenati negli asili ai senzatetto che si costruiscono le case con i cartoni, dagli immigrati che fuggono da un paese in guerra, a cui si urla “neri di m****” ai ragazzi che amano una persona del loro stesso sesso, apostrofati come “fr*** di m****”, dalle donne vittime di violenza a cui si dice “te la sei cercata” solo perché indossavano una gonna troppo corta agli uomini considerati poco virili solo perché danno una mano in casa. Dalle madri e dai padri che crescono i loro figli, da soli, nonostante tutto alle madri e ai padri che abbandonano i propri figli malgrado tutto.
Ho visto in quel passerotto tutto il dolore e la sofferenza del mondo, proprio come il cortometraggio All the pain in the world, che a tratti pensavo fosse solo un’estremizzazione del genere umano. E ho visto in quel signore tutta l’indifferenza delle persone di fronte al male che ci circonda.
La banalità del male sta proprio qui: arrendersi a qualcosa che potremmo combattere.

Forse non sono riuscita a salvarlo. Forse se fossi arrivata prima avrei potuto fare di più. Forse. Forse.
Prima di lasciarmi Piuma ha pigolato, ha aperto gli occhietti e si è accoccolato accanto alla mia mano. Mi ha osservato per cinque lunghissimi secondi e poi se ne è andato.
Avrei potuto lasciarlo su quello sterile e assolato marciapiede, ma l’ho preso e l’ho amato fino all’ultimo. L’ho preso e non l’ho fatto morire da solo. L’ho preso e gli ho dato la dignità che si meritava. Quella di essere vivente. Quella che ognuno di noi non dovrebbe farsi mai calpestare.

 

 

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Informazioni su therealme

Sono una sognatrice in continua ricerca del suo posto nel mondo. A volte fantastico pensando a come si troverebbero i personaggi dei miei libri preferiti nella realtà di oggi e li vedo tremendamente impacciati. Forse perché è come mi sento io nella vita, tremendamente impacciata. Non giudico mai un libro dalla copertina, un involucro esteticamente perfetto può rivelare sorprese poco piacevoli, ma per fortuna esistono delle eccezioni, le classiche sfumature che ti salvano da una visione del mondo prettamente negativa e piena di stereotipi. Non esiste soltanto il bianco e il nero, è inutile girarci intorno, ma un’infinita gradazione di grigi che ti permette di osservare la vita con gli occhi limpidi e puri di un bambino. Cercare di andare oltre quello che si vede non vuol dire cercare e trovare del buono in tutte le persone, significa soltanto non limitarsi alle apparenze, ma scavare a fondo in cerca della verità, evitando di basarsi su preconcetti.

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      • Possiamo averla persa negli altri, ma non perdiamola in noi stessi. Se con le nostre azioni riusciamo a portare qualcosa di buono, se riusciamo a far cambiare atteggiamento anche solo ad una persona, ne vale la pena.

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      • Hai ragione. Cerco di essere ottimista, ma ce la faccio solo per pochi secondi perché poi torno sempre al mio pessimismo cosmico. Grazie di ricordarmi che esiste qualcuno che combatte ogni giorno per un mondo migliore. In fondo, forse, non siamo così pochi.

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