Questione di scelte

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In questi giorni sono tantissime le cose che mi stanno passando per la testa e sono tutte diversamente collegate. Anzi, direi che non sono collegate affatto. Sono piena di sogni e di poche certezze. Ho sempre cercato di realizzare tutto quello che immaginavo, ma adesso sta diventando complicato persino immaginare qualcosa di sensato e di attuabile.

Da piccola desideravo fare la veterinaria, come moltissimi bambini del resto, perché mi sentivo molto più in sintonia con gli animali piuttosto che con le persone. Desideravo aiutarli nei momenti di difficoltà, desideravo vederli guarire e pronti a tornare alla loro vita di anime pure. Con gli anni, però, ho intrapreso un percorso universitario completamente differente da quello che mi ero prefissata. Ho fatto una scelta, giusta o sbagliata che sia. Una scelta forse dettata più dalla paura di andare fino in fondo che dal cuore. Una scelta che è stata il risultato di un’attenta valutazione di pro e di contro. Una scelta in cui ha prevalso la razionalità sull’istintualità. E in questi giorni questa decisione mi sta pesando parecchio.
Durante la mia infanzia non facevo altro che rinchiudermi nella mia cameretta a leggere manuali su manuali di veterinaria, di addestramento e di pet therapy. Molte volte di difficile comprensione per una ragazzina di dieci anni come me, ma ero mossa da una sete di conoscenza talmente forte che niente mi avrebbe impedito di sapere, di conoscere e di capire.
A 11 anni persi il mio primo animale domestico, un canarino giallo tutto pepe di nome Flick. Era stato un regalo di mio zio, lo teneva in casa da circa sei anni e io, ogni volta che andavo a trovarlo, rimanevo incantata dal suo cinguettio soave. Rimase con me per altri sei lunghi anni e quando morì scoppiai in un pianto disperato. L’unica volta in cui piansi davvero.
Da quel giorno mi sono ripromessa di cercare di salvare ogni esserino che avrei trovato per strada. Lo avrei fatto per lui. Lo avrei fatto per Flick.

Passarono gli anni e la mia passione per gli animali crebbe a vista d’occhio. Addestrai due pastori tedeschi per una coppia di amici di famiglia senza alcun titolo. Lo devo dire perché non ho fatto alcun tipo di corso per diventare addestratrice professionista (anche se adesso l’idea mi sta tormentando ogni singola notte) e perché non mi reputo neanche alla stessa altezza di chi, invece, ci ha investito del tempo e delle ore di studio e pratica. Non sono un’addestratrice, non ho alcun tipo di attestato. Ho soltanto seguito il mio istinto, quello di quando avevo 10 anni.
Con gli animali sono istintiva, mi fido di loro. Mi basta guardarli negli occhi per comprenderli e capire esattamente cosa li preoccupa o li tormenta. Non so neanche da chi abbia imparato, so soltanto che tutto questo mi parte dal cuore.

Ieri sono dovuta andare a parlare con il veterinario della piccola peste che ho in casa,un cagnolino vivacissimo per cui stravedo. Abbiamo discusso delle sue analisi e dei problemi che ha avuto in questi mesi. Io sono l’agitazione fatta persona, ma quando si parla di animali riesco a tirare fuori una calma di cui ho sempre creduto fossi sprovvista. Mi trasformo subito nella ragazza determinata e risolutiva che ho sempre ambìto a essere.
E’ una sensazione che mi ha sempre turbato perché è un lato di me che non ho mai approfondito abbastanza. E’ un lato che non ho voluto conoscere e che non emerge mai se non in casi di emergenze a quattro zampe. Il veterinario lo definisce talento, io semplicemente passione.
Non mi sono mai sentita veramente brava in qualcosa perché mi sono sempre applicata a fare tutto. A scuola ero brava, a danza me la cavavo piuttosto bene, al corso di fotografia facevo belle foto e al corso di difesa personale ho imparato a difendermi nonostante non avessi mai fatto arti marziali in vita mia. In poche parole sono sempre stata quella brava in tutto, ma che non si è mai distinta in niente. La classica studentessa modello con buoni voti, che si meritava un otto ma mai un dieci. La ballerina attentissima ai passi e precisa nella realizzazione delle coreografie, ma troppo poco elastica per entrare a La Scala. L’amica migliore con cui confidarsi di notte in preda a una crisi di nervi, che poi veniva scaricata, puntualmente, la mattina dopo come un pacco postale. Insomma, l’eterna seconda.
Ho vissuto come se fossi la controfigura di me stessa. Quella che si ammazza di lavoro, ma che non ne vede riconosciuti i meriti. Mi sono sempre sentita fuori luogo dappertutto tranne in quella stanza con il tavolo di acciaio, lo stetoscopio appeso al muro, la bilancia per pesare i cuccioli e i numerosi poster di prevenzione contro ogni tipo di malattia trasmessa dalle zanzare e dai suoi simili. Lo so, è un po’ agghiacciante descritta così. Sembra un flusso di pensieri sconnesso di una povera pazza che non sa cosa fare della propria vita. Ed è vero, non so che cosa fare. E’ come se avessi perso gli ultimi quattro anni della mia vita a fare qualcosa per cui non ho il moto del cuore.
Il veterinario del mio cane mi ha detto una frase illuminante “Il talento non si coltiva, o ce l’hai o non ce l’hai e tu con gli animali ce l’hai. E’ il talento unito alla conoscenza a renderti una vera professionista. Pensa con il cuore e segui la tua strada.”
Le sue parole mi hanno aperto un mondo, ma allo stesso tempo mi hanno fatto capire che devo fare una scelta: terminare il mio percorso universitario o cambiare completamente e ricominciare da capo.
Forse il pessimo risultato del mio ultimo esame prima della laurea dovrebbe dirmi qualcosa. O forse no.
La vita scorre talmente velocemente che io non riesco a stare al passo. Vorrei soltanto capire cosa fare. Vorrei non avere paura.

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Informazioni su therealme

Sono una sognatrice in continua ricerca del suo posto nel mondo. A volte fantastico pensando a come si troverebbero i personaggi dei miei libri preferiti nella realtà di oggi e li vedo tremendamente impacciati. Forse perché è come mi sento io nella vita, tremendamente impacciata. Non giudico mai un libro dalla copertina, un involucro esteticamente perfetto può rivelare sorprese poco piacevoli, ma per fortuna esistono delle eccezioni, le classiche sfumature che ti salvano da una visione del mondo prettamente negativa e piena di stereotipi. Non esiste soltanto il bianco e il nero, è inutile girarci intorno, ma un’infinita gradazione di grigi che ti permette di osservare la vita con gli occhi limpidi e puri di un bambino. Cercare di andare oltre quello che si vede non vuol dire cercare e trovare del buono in tutte le persone, significa soltanto non limitarsi alle apparenze, ma scavare a fondo in cerca della verità, evitando di basarsi su preconcetti.

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